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Domenica 27 aprile, ore 17
Sala Verdi del Teatro della Fortuna - Fano
Religione, etica e virtù
Giancarlo Galeazzi
(Istituto Teologico Marchigiano - Ancona)
Eugenio Lecaldano
(Università “La Sapienza” - Roma)
Secondo una certa tesi laicista, una vera etica ed un’autentica virtù è solo quella che prescinde da riferimenti religiosi: affidarsi a Dio significherebbe infatti collocare fuori di sé il riferimento ultimo per le proprie scelte e quindi non assumersene totalmente la responsabilità, mentre eticamente virtuoso sarebbe solo l’atteggiamento di chi nulla sottrae alla propria esclusiva responsabilità, giacché etica e virtù si darebbero solo quando l’uomo sceglie ed opera in libertà e autonomia.
Ma si può davvero ritenere la prospettiva credente una prospettiva meno eticamente responsabile? Davvero la fede toglie qualcosa alla piena responsabilità personale? |
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Domenica 11 maggio, ore 17
Sala Verdi del Teatro della Fortuna - Fano
Speranza religiosa e virtù civili
Giulio Giorello
(Università Statale di Milano)
Vito Mancuso
(Università San Raffaele -Milano)
Fra una dimensione eminentemente religiosa della speranza (la cosiddetta speranza escatologica nella salvezza) e il laico buon vivere civile in società può esservi un qualche rapporto?
Oppure i due aspetti trascorrono parallelamente, se non addirittura il primo ostacola il secondo (come in una certa vulgata di sapore illuministico-positivista o marxista)?
La teologia e la coscienza laica tornano ad interrogarsi oggi, in modo forse più aperto, sulla virtù della speranza. In cosa spera chi crede? E in cosa spera chi non crede? Per gli uni e per gli altri: cosa significa salvarsi, o sperare di salvarsi/essere salvati? E cosa significa salvare il mondo, o sperare che il mondo si salvi/venga salvato?
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Venerdì 30 maggio, ore 17
Aula Magna ITC “Battisti”, via XII Settembre, 3 -Fano
Religione, democrazia e virtù civili
Roberto Gatti
(Università di Perugia)
Nadia Urbinati
(Columbia University -New York)
Che le virtù sostengano gli Stati è stato creduto da tutto il pensiero politico, antico e moderno: siano esse le tradizionali virtù cardinali o civili (giustizia, fortezza, temperanza, prudenza) e teologali o religiose (fede, speranza, carità) di cui ci parlano gli affreschi medievali del buon governo di Siena, siano esse le nuove virtù del principe machiavelliano. Ma ciò vale ancora per la democrazia contemporanea? Per le società multietniche e pluraliste delle odierne democrazie occidentali il riferimento religioso entro lo spazio pubblico o un richiamo valoriale omogeneo rappresentano un ostacolo o un sostegno? É vero che la religione è compatibile con la democrazia delle nostre società secolarizzate solo se rimane nello spazio della coscienza privata senza ambire ad investire il discorso pubblico? È vero che la democrazia odierna non può che essere neutrale e relativista sul piano dei valori, dal momento che una tavola troppo omogenea di valori e un’idea troppo forte di verità sarebbero incompatibili con la sua natura pluralista e la esporrebbero al rischio del fondamentalismo violento trasformando l’integrazione interculturale in frazionamento multiculturalista?
Ma se è così, allora la democrazia si riduce soltanto a mera tecnica di voto a suffragio universale? Ma dal voto e dalle mere maggioranze la storia ha visto nascere tremendi totalitarismi e orrendi crimini. Allora, la democrazia, nella sua autenticità, non esiste forse anche in quanto vive e promuove certi valori? E quali valori e basati su quale fondamento? E, nelle stesse società pluriculturali come le nostre, su cosa si basa la capacità della democrazia di integrare senza assimilare?
Integrare in che cosa, in quale piattaforma valoriale? |