Ep.2 – Identikit di un grafico

Curiosità e osservazione sono elementi base e fondamentali per un grafico. 

La Grafica commedia – Episodio 2

Identikit di un grafico - La Grafica Commedia

ia madre mi raccMonta che quando ero piccolo, molto piccolo, capitava che la spaventassi con improvvise urla entusiastiche tipo: “Mamma hai visto che hanno cambiato quell’insegna!” Avevo una particolare propensione per la segnaletica stradale e i semafori, che in effetti disegnavo anche nei giardini delle case al posto delle piante. 

Qualcosa mi ricordo di quella particolare curiosità e spirito di osservazione che in qualche modo presagiva una professione. Durante le scuole elementari ero infastidito da chi disegnava male i caratteri sbagliando gli spessori delle aste, per esempio quella centrale della “N” o la curva della “S”. Provavo una certa emozione di fronte ad una bella “R”, alla sua gamba destra quando era evidenziata come in certi lapidari romani. Ho iniziato molto presto a ricopiare caratteri. Mi divertivo un sacco a scrivere il listino prezzi del bar che gestiva mio padre, gli dedicavo sempre molta cura e attenzione, anche perché veniva incorniciato ed esposto per essere visto da tanta gente. Ed io sono sempre stato un po’ ambizioso, mi piacevano i complimenti per la buona mano che avevo. Otello Vitali, il mio maestro delle elementari, mi fece addirittura dipingere una intera parete della classe in cui rappresentai Gigi Riva in dimensioni naturali mentre calciava col potente sinistro. L’affresco, se così vogliamo chiamarlo, ricopriva tutto il fondo dell’aula perché disegnai pazientemente anche il pubblico dello stadio con le pubblicità ai bordi del campo.

Era inevitabile che dopo le scuole medie iniziassi l’Istituto d’Arte di Urbino, come suggerito da Marisa Zoni, la professoressa di lettere, poetessa amica di Volponi e di alcuni maestri incisori insegnanti della prestigiosa “Scuola del libro”. Ma tra mal di autobus e scioperi frequenti, la stanchezza prevalse e cambiai scuola dopo solo un mese in favore del liceo scientifico della mia città. In realtà la goccia che fece traboccare il vaso, fu l’affermazione di un insegnante di incisione che un giorno disse che per essere artista non era necessario essere bravi disegnatori. Oggi posso capire che dietro quella affermazione potesse esserci un messaggio interessante, una provocazione degna di riflessione, ma ad un ragazzo di quattordici anni, abbastanza pieno di sé per le riconosciute capacità, quella frase diventò un pretesto, una intima conferma che era meglio cambiare scuola. È andata bene così, la fortuna non mi ha girato le spalle, e grazie ad un amico, Tiziano Cremonini, oggi illustratore “spaziale” di fama, sono venuto a conoscere l’ISIA di Urbino. Ho capito che quella era la mia strada,  il luogo per “conservare lo spirito dell’infanzia”, come direbbe Bruno Munari, ma che aveva però il grande problema della “porta stretta”: solo 25 studenti vengono presi su centinaia di pretendenti. È molto probabile, anzi quasi certo, che chi arriva ventiseiesimo possa avere capacità superiori a chi lo ha preceduto, ci vuole sicuramente fortuna nella selezione. Ma è altrettanto vero che sentire dentro di sé un trasporto verso questa professione, qualcosa al limite della vocazione, ti dà una forza che aiuta la fortuna ad esprimersi.

Arrivai all’esame per entrare all’ISIA che già, grazie a Tiziano, conoscevo molto di quella scuola, compresi i suoi insegnanti: di Umberto Fenocchio sapevo già le tavole a tempera nera che avrebbe richiesto, ma avevo già sentito anche del suo carattere (in quanto disegnatore di font il termine mi sembra quantomai appropriato). Questa mia conoscenza ha certamente aiutato la mia prestazione di fronte alla commissione: ero contento di dare un volto a nomi che già conoscevo, Battistini, Bernini, Marrè. In realtà proprio quest’ultimo, nella sua prima lezione, mi confidò che avevo fatto colpo sulla commissione più che altro per la passione per la musica e come contrabbassista. Valle a capire le commissioni d’esame! Per questo non è facile dare consigli, anche se in un certo senso, benché l’ISIA abbia subito negli ultimi tempi notevoli cambiamenti, con questo libro desidero ricambiare l’aiuto ricevuto da Tiziano per passare il testimone a qualche giovane che riconosce in sé le attitudini di grafico.

 

Identikit di un grafico

Uno degli errori frequenti, quando si vuole descrivere qualcosa, è dare per scontato che l’interlocutore abbia già gli elementi utili alla comprensione. Infatti, pur avendo dato  alcune pennellate per delineare le caratteristiche del mestiere che faccio, mi rendo conto che qualcuno possa dire: “Interessante, ma ancora non ho capito bene che lavoro fai”. E già! Bel problema questo. Non so se Paolo, mio padre, sia salito in cielo ben consapevole di che lavoro facesse suo figlio. La parola “grafico” sembra avvolta da qualcosa di nebuloso che non rende chiaro il termine a chi non è del mestiere. Ma anche chi fa questo lavoro, ama organizzare incontri e convegni per trovare la propria identità professionale messa in crisi dalle evoluzioni tecnologiche, dai mutamenti dei processi comunicativi in cui siamo immersi.

Proviamo a dare una risposta a queste domande: Chi è e cosa fa un grafico? Anzi quale è la giusta definizione di questo mestiere? Dire “grafico” è corretto? Cosa è scritto nella mia carta d’identità?

Intorno al mio lavoro ho sentito affermazioni imbarazzanti fatte anche da persone di cultura, presidi, dirigenti, facendomi sentire nel disagio di spiegare aspetti molto superficiali del mio mestiere e con la sensazione di non essere compreso. Se dico architetto tutti immaginano qualcosa, mentre se dico “grafico”, soprattutto in Italia, le idee sono confuse. E quando ad un nome non coincide un concetto definito, qualcosa che si possa immaginare con chiarezza, mi sento spronato a studiarne le cause.

I motivi non sono semplici. Certamente vi sono ragioni culturali, che hanno influenzato le arti figurative soprattutto in quei paesi che per primi si sono industrializzati, dove ad esempio, il concetto di “corporate identity”, di immagine aziendale coordinata, è divenuta una necessità comunicativa. Forse potremmo avventurarci a considerare aspetti più profondi che hanno creato un sensibilità particolare nei paesi anglo-sassoni, come il valore della scrittura, della parola in rapporto alla propria fede, ma non vorrei addentrarmi in terreni in cui potrei rischiare di dire castronerie. 

Sta di fatto che, se andate in Germania o nel Regno Unito, anche la più semplice insegna di un salumiere risulta impeccabile nel lettering, nello stile grafico, mentre da noi questa sensibilità non è certamente così diffusa. Del resto, fin dalle scuole elementari, il valore che un tempo veniva dato alla calligrafia è andato completamente perso, mentre non so se sia vero, ma in alcuni paesi del nord Europa viene ancora valutata dagli insegnati con un voto.

Ragioni culturali quindi, che non giustificano, ma anzi sono una aggravante per un paese come il nostro che è culla dell’arte, e che comunque con Dudovich, Seneca, Testa e Munari  ha avuto dei meravigliosi esempi di grafica pubblicitaria.

Vi è poi un altro motivo che può spiegare la difficoltà a descrivere il lavoro del grafico: i cambiamenti velocissimi delle tecnologie e dunque delle tecniche. Questo può valere per tutte le professioni, ma nella comunicazione questi mutamenti non solo modificano il processo di elaborazione di un progetto, ma cambiano in maniera consistente anche le abitudini, le esigenze e i ritmi dei destinatari, il cosiddetto target di una comunicazione.

Mi spiego: quando ho iniziato a lavorare, realizzare manifesti, impaginare libri e brochure era una delle principali attività. Anche oggi si fanno manifesti, libri e brochure, e per progettarli si utilizzano computer. I computer però non sono solo uno strumento con cui si è reso più veloce il lavoro, ma insieme a tanta altra tecnologia hanno dato vita ad una molteplicità di nuovi mezzi di comunicazione così che oggi manifesto, libro e brochure sono diventati, più di un tempo, uno dei tanti strumenti per comunicare. In altre parole nella comunicazione, più che in altri ambiti, la tecnologia è contemporaneamente strumento e fine. Si è iniziato in maniera rudimentale alla fine degli anni Ottanta: noi di Kaleidon nel 1996 siamo stati segnalati da Macromedia per un lavoro di sensibilizzazione nelle scuole sul problema dell’AIDS. Una campagna che giocava sul “contagio positivo” delle informazioni in cui si invitavano i ragazzi a copiare e diffondere attraverso il floppy-disk una presentazione animata e interattiva realizzata con Director. Fu per noi una sfida, neppure il committente ci credeva più di tanto, ma finì che alla conferenza stampa di presentazione si parlò più del floppy che di altro. 

L’evoluzione ha poi portato a lavorare per CD-Rom, internet, DVD, arrivando oggi a strumenti come gli iPad.

Sono esempi questi per dire che l’attività del grafico è realmente molto fluida e chi come me è particolarmente attento alle tecnologie, si è spesso sentito chiedere se fosse informatico, programmatore. Il problema è proprio questo: benché il grafico sia essenzialmente un “progettista” della comunicazione, viene confuso con i mezzi che utilizza per comunicare. Se dici che progetti poster c’è chi ti chiede se hai una serigrafia – ammesso che si sappia cosa sia una serigrafia – se impagini libri la domanda è se hai una tipografia o se sei un fotografo. E quando spieghi che non produci, ma che pensi e progetti, allora ti rispondono: “Ah, ho capito: sei un pubblicitario!”

Ecco, vuoi fare arrabbiare un grafico? Dagli del pubblicitario! 

È un po’ come dare dello psichiatra ad uno psicanalista. Lavorano entrambi negli stessi ambiti, a volte coincidono, ma partono da approcci diametralmente opposti. C’è molto terreno in comune, ma sono spesso così differenti che sembrano essere agli antipodi. È facile che un grafico appaia più simpatico, come fosse disinteressato ai numeri, alle statistiche e ai soldi, più vicino e sensibile alla cultura, alla comunicazione come espressione umana e artistica, tanto che al grafico si concede facilmente di presentarsi alle riunioni importanti vestito come vuole. 

Capite bene che ho esagerato, la realtà è molto più confusa, per fortuna. Come esistono psichiatri che sono anche bravi psicanalisti, sono esistiti pubblicitari come Armando Testa che erano fondamentalmente degli artisti, che hanno regalato pezzi veramente unici alla grafica. 

La pubblicità non può fare a meno della grafica, come non ne può fare a meno l’editoria, l’imballaggio, la segnaletica, il cruscotto di un auto, il pannello di un elettrodomestico, l’interfaccia di un sito, di un iPad, come un programma televisivo o il cinema. 

Ecco allora, per concludere, una mia definizione di grafico. 

Il graphic designer è solitamente un curioso, spesso appassionato di scienze umane quanto di tecniche e tecnologie, con una spiccata sensibilità rispetto a ciò che vede e sente. Il graphic designer è un progettista attento alle diverse forme di comunicazione visiva, a cui piace giocare con caratteri, immagini e colori non per un semplice formalismo estetico, ma per mettersi a servizio di coloro che hanno bisogno di promuovere le proprie idee, di organizzare contenuti o di dare indicazioni in maniera chiara ed efficace. Per un graphic designer saper disegnare bene è molto utile, saper fotografare sarà di grande aiuto, anche se poi nella professione entrambe le attività diventeranno più un hobby. Ma saper apprezzare i diversi stili con cui si può realizzare una illustrazione, capire le problematicità che ci sono dietro una scatto fotografico, dà al graphic designer la possibilità di assumere il ruolo di art Director. Art Director per una rivista, una agenzia pubblicitaria, un programma televisivo, una web-agency, ma anche di una azienda. 

La grafica è spesso arte che scruta le persone da vicino, si nutre di estetica, ma la funzionalità è il suo compito, per questo la grafica è design allo stato puro. Funzionalità delle informazioni, funzionalità della comunicazione. 

Oggi sempre più spesso la differenza tra un grafico e l’altro, che diventa poi il motivo per cui si viene scelti, non è tanto quello di dare risposte estetiche particolari, ma quella di trovare soluzioni di organizzazione dei contenuti che sono il frutto di lunghe discussioni, che aiutano il committente innanzitutto a capire meglio sé stesso e definire la propria identità, non solo quella visiva, anche se poi il lavoro finale sarà quello di trasferire tutto in immagini. È sempre stato così, ma oggi è ancora più evidente, tanto che tra le definizioni usate per accompagnare il nome di uno studio grafico c’è anche quella di strategic design.  

Proprio per questo è importante che il grafico abbia capacità visionarie sostenute da una propensione alla soluzione tecnica dei problemi. Senza estremizzare questo concetto credo che io e Franz abbiamo resistito 25 anni insieme perché in una qualche maniera ci siamo completati in questi ambiti di creatività e tecnica.

 

Testo tratto dal libro: La grafica commedia – di Walter Valter Toni – Fara Editore. pagg. 22-30

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