Ep.1 – Un bel mestiere

Mestiere: mi piace questa parola; rende l’idea di qualcosa che usa la testa e sporca le mani. 

La Grafica commedia – Episodio 1
Foto di WVT - Mani di James Clought

Foto di Walter Toni – Mani di James Clought

Tra tempere, inchiostri, ecoline, pennelli, tiralinee, aerografi, acidi, sviluppi fotografici, colle e taglierine, la manualità di un grafico è sempre stata importante per dare corpo e visibilità a idee che però non possono che nascere da una testa. Oggi si parla di click, touch, tap, ma ideazione e gestualità contano ancora molto, anche se abbiamo le mani meno sporche di un tempo. 

La parola “mestiere” mi piace più di “professione” perché mi sembra dare al lavoro del grafico una giusta connotazione artistica. Non a caso Bruno Munari ha scritto un libro “Arte come mestiere”. Devo confessare però che rispetto alla parola “arte” a volte provo un certo disagio, fatta eccezione proprio dell’approccio educativo di Munari o di alcuni meravigliosi insegnanti che ho avuto e di cui parlerò in seguito. È senz’altro un mio limite, ma gran parte dell’arte visiva contemporanea, anche quando onesta, risulta incapace di coinvolgermi, come fa per esempio la musica. 

Forse anche per questo mi riesce più facile paragonare il lavoro che faccio a quello di un buon artigiano che con cura costruisce e cesella strumenti per comunicare. Oppure, se vogliamo rimanere in ambito artistico col rischio di spararla grossa, mi sento vicino al periodo grandioso delle botteghe rinascimentali. Può apparire presunzione, ma molti studi grafici che conosco mi sembrano dei grandi “pensatoi” in cui un gruppo di persone, al limite tra arte e scienza, espressività e tecnica, colori e matematica, mettono in gioco tutti i propri sensi, non solo la vista, per concretizzare idee di comunicazione. Luoghi dove, proprio come nelle botteghe, può esistere un “maestro” per esperienza, che traccia le linee guida dei progetti che vengono poi portati avanti da validissimi collaboratori: giovani che ricevono, danno tantissimo, e spesso superano i maestri. 

Oh quanti ne sono passati di bravissimi a Kaleidon!

Della bottega rinascimentale parlai anni fa in una intervista per Radio Villa Franceschi, ma in realtà ho scoperto che non è un’idea poi così nuova ed originale. Recentemente mi è capitato di leggere in un libro che riporta dei testi di Leonardo Sinisgalli che confermano questo pensiero: si tratta di un articolo degli anni cinquanta preso dal numero 58 di Graphis, rivista svizzera tra le più importanti del settore: 

“Ieri un Masaccio, un Piero della Francesca, un Fra Angelico, un Carpaccio e tanti altri uomini di genio raccontavano i misteri e i miracoli della religione cattolica; e oggi i loro nipoti “degeneri” esaltano le officine, i cantieri, i laboratori, come del resto avevano tentato, con minor ironia, prima della guerra mondiale i futuristi Marinetti e Boccioni”.

 

Graphic Valley

Tanti sono gli studi grafici, oggi come ieri, in cui convergono le più svariate sensibilità e professionalità: quelle più ingegnose nel creare immagini, segni, simboli, nel mettere insieme caratteri tipografici e disegnati, nel creare imballaggi, stand fieristici e arredi urbani, nello scrivere testi, come anche comporre musica o realizzare formule matematiche che possono diventare codice per comportamenti multimediali di un iPad.

Nelle nostre zone, quelle che dal Montefeltro urbinate scendono verso la costa adriatica, da diversi anni hanno trovato sede molti studi di alta qualità, una sorta di Graphic Valley in cui operano i tanti discepoli di Albe Steiner, di Michele Provinciali, di Alfred Hohenegger e di Massimo Dolcini. 

Steiner non l’ho conosciuto per ragioni anagrafiche, Provinciali e Hohenegger li ho avuti come insegnanti, mentre Dolcini è stato mio collega all’ISIA per otto anni fino alla sua morte nel 2005, quando aveva solo sessant’anni. Massimo non è stato per me soltanto un collega, ma prima di tutto un punto di riferimento come per tanti grafici miei coetanei. Molte figure sono passate dallo studio “Fuorischema” per continuare poi in attività proprie: Piazzesi, Bonci Del Bene, Sonnoli, Tortoioli per citarne alcuni, solo perché con loro ho avuto qualche relazione. Anche io, appena uscito dall’ISIA nel 1987, avevo preso un accordo con Massimo per entrare nel suo staff, ma dovevo svolgere il servizio di leva obbligatorio e perciò ci demmo appuntamento a dodici mesi dopo. 

In realtà le cose andarono diversamente perché decisi nel febbraio del 1988 di fondare uno studio a Rimini insieme a Franz, compagno di studi e di appartamento a Urbino dal 1982 al 1986. Era un sogno che stava solo in parte diventando realtà sul quale in quegli anni spesso avevamo scherzato insieme con altri amici che però hanno preso altre strade: Michele Mariani è ora art-director per Armando Testa e Daniele Ricco è un affermato pittore. Ricordo come fosse ieri la telefonata che feci a Massimo Dolcini da una cabina di Roma, dove svolgevo servizio presso gli uffici della Rivista Militare, per informarlo della mia rinuncia. Ero un po’ timoroso, perché mi sembrava una scelta “sgarbata”, quasi un tradimento per essermi tenuto caldo un posto per undici mesi, ed anche una decisione un po’ avventata perché stavo rifiutando una collocazione ambita da tanti giovani grafici neodiplomati.

Egitto 2005: io, Franz, Massimo e Franco Mariani direttore dell’ISIA fino al 2007

Egitto 2005: io, Franz, Massimo e Franco Mariani direttore dell’ISIA fino al 2007

Massimo era un comunicatore eccezionale, con una sensibilità particolare, che purtroppo ho potuto apprezzare soltanto negli ultimi anni della sua vita. Del viaggio fatto insieme in Egitto all’inizio del 2005 ho ricordi molto belli: il suo entusiasmo quasi infantile di fronte ai profumi e ai colori delle spezie mi ricordavano molto Michele Provinciali. Ripenso con particolare affetto ad un confronto che abbiamo iniziato sulla fede, che trattavamo a puntate nei momenti di attesa, con la promessa di ritagliarci del tempo per parlarne in maniera più approfondita al ritorno dal viaggio. Purtroppo il discorso è rimasto in sospeso per la sua improvvisa morte quattro mesi dopo, evento che in parte ha contribuito a distaccarmi dall’ISIA.

L’ISIA, oltre ad essere uno dei più prestigiosi istituti di graphic design internazionali, è un luogo dove è possibile tessere relazione fantastiche con le persone. Io ho avuto la possibilità di provarle sia come studente dal 1982 al 1986, sia come insegnante dal 1997 al 2009.

Io sono una persona che fa molta fatica a buttare le cose: penso sempre che un giorno possano servire. Ad esempio conservo fin dagli albori di internet tutte le email ricevute e inviate. In questo caso la scelta si è rivelata importante perché mi ritrovo con una sorta di pozzo immenso a cui attingere per riflettere e scrivere, anche un libro come questo. È come se avessi un diario pieno di arricchenti riflessioni di tanti amici. Di Massimo Dolcini, ad esempio, ho numerose email, perché era uno di quei colleghi che aveva la signorilità di rispondere sempre, sia che si trattasse di appunti sull’ISIA, sia che fossero semplici auguri che di tanto in tanto a me piace inviare condividendo pensieri, diciamo così, di natura esistenziale:

Carissimo Walter ho ricevo il tuo pensiero di Pasqua. Sono favorevolmente sorpreso della tua esternazione di fede, di dubbio, di ricerca della serenità e di tensione. Non so se questo sia un dono della fede o un trucco di Dio ma certamente questa è la vita. Quindi cento di queste Pasque. Buona Pasqua anche a te. Massimo

Condivido questo saluto di Massimo, piuttosto che farvi vedere una delle sue innumerevoli produzione grafiche, proprio perché è attraverso queste pennellate nascoste che si ridà un volto alle persone per andare oltre alle solite immagini peraltro facilmente raggiungibili con Google. 

Al di là di questa simpatica parentesi vi riporto un altro paio di sue email che aiutano moltissimo a dire qualcosa in più dell’ISIA: scuola veramente unica. Non sono relazioni, ma appunti corposi e importanti, nella loro versione integrale e originale come mi sono arrivati.

La prima è del 2003 quando l’Istituto stava riflettendo sulla opportunità di realizzare tre mostre-convegno su Steiner, Provinciali e Hohenegger. In questa email, che potete leggere toccando la bustina sotto, Massimo ne illustra le possibili caratteristiche e contemporaneamente ci aiuta a comprendere la sensibilità di questi tre maestri e l’influenza che hanno avuto sulla Scuola urbinate.

Da: Massimo Dolcini Oggetto: ISIA Mostra Data: 7 ottobre 2003 13:18
L’ISIA di Urbino ha intenzione di realizzare tre mostre, con un’ipotesi di convegni o seminari, su tre maestri della grafica italiana e internazionale: Michele Provinciali, Albe Steiner, e Alfred Hohenegger.
Michele Provinciali: La didattica dei sentimenti Albe Steiner: La ragione e l’etica Alfred Hohenegger: Il metodo e la cultura
I tre maestri sono stati insegnanti “di peso” nella scuola di Urbino. Le tre mostre sono quindi da intendere come un percorso che dovrebbe collegare le tre personalità al fine di tentare di tracciare l’identità della scuola di grafica che è stata e resta tuttora la più prestigiosa in Italia. La relazione tra le tre personalità non è stata, all’ISIA, né organica né consequenziale, soprattutto dal punto di vista dei contenuti didattici. Per cui ritengo che sia utile prevedere tre mostre separate per non confondere i percorsi didattici personali che in realtà sono nati autonomi, condotti in tempi diversi o, se sincroni, indirizzati a fasce di ascolto diverse. Albe Steiner era stato, dal 1953 al 1970, coordinatore didattico unico per tutti e tre i corsi del Csag, quindi colui che ne ha determinato la strategia progettuale fondativa; Michele Provinciali si è soprattutto dedicato alla formazione degli allievi ‘alle prime armi’, quindi nel primo e secondo anno di scuola, realizzando appositamente un corso propedeutico molto coinvolgente e che in parte viene ancora svolto all’ISIA, se pur riveduto e corretto. Alfred Hohenegger ha invece insegnato ‘immagine coordinata’, simbologia e segnaletica nel terzo e quarto anno dell’ISIA; ha preparato gli allievi al mestiere del grafico iniziandoli alla professione e al mercato reali.
I tre autori dovranno essere quindi analizzati sia per il loro lavoro di progettisti, sia per il loro rapporto con le grandi correnti culturali nazionali e internazionali ma anche per la loro formazione scolastica, i loro programmi, il loro rapporto con gli studenti nonché per le loro scelte di vita e per la loro umanità: fattori, questi, che inevitabilmente vengono trasmessi agli allievi dentro e fuori la scuola. Infine dovremmo indagare su come tutti questi aspetti si siano tra loro intrecciati nella stessa scuola.
Sarà inevitabile sviluppare, all’interno delle tre mostre, alcune considerazioni sulla figura del “maestro” poiché tutti e tre gli insegnanti, pur con diverse sfumature e consapevolezza, si sono offerti e sono stati considerati come tali dagli allievi.
La rivisitazione dei maestri costituirà, dunque, anche l’analisi dell’identità dell’ISIA di Urbino condotta in tre momenti separati. Ritengo fondamentale che l’identità dell’ISIA venga finalmente individuata e analizzata, oggi più che mai, proprio nel momento particolare che la scuola di Urbino sta attraversando alla ricerca di un suo modo di proporsi, nella conferma o nel cambiamento delle sue caratteristiche peculiari, all’interno delle nuove regole che l’ambiente universitario le imporrà. L’ISIA è una scuola non facile da definire perché gli insegnanti che sono i principali attori della sua identità - quasi tutti liberi professionisti - non hanno modo di incontrarsi e confrontarsi sul passato e sul futuro della scuola. Non si parlano né si frequentano perché operano nella scuola in momenti diversi e non abitano nella città. Quindi non si confrontano, se non in rare occasioni, e non hanno la possibilità oggettiva di sviluppare insieme una tendenza culturale, forte e originale, con la consapevolezza di realizzarla, nell’interesse della scuola. Questo disorientamento che nasce appunto dalla mancanza di frequenza collegiale c’è sempre stato all’ISIA ed è una sua caratteristica, a tal punto che non sappiamo se negativa o positiva, poiché la didattica dell’ISIA in un qualche modo va avanti e funziona. Il direttore, chiamato appunto ‘coordinatore’, la segreteria e gli allievi, nei quattro anni di frequenza obbligatoria sono, nella realtà, gli effettivi coordinatori della didattica perché sempre presenti in ogni momento significativo della vita scolastica. L’ISIA procede con successo nell’educazione dei giovani grafici, il mercato del lavoro ci conforta in tal senso. La scuola forse potrebbe funzionare meglio se il progetto che le è sotteso lo si riuscisse a discutere, a vivere e a inventare con maggiore partecipazione. Steiner, Provinciali e Hohenegger hanno lasciato tracce formative indelebili nell’ISIA investendo, con la tensione positiva dei loro insegnamenti, anche gli allievi che non li hanno mai conosciuti. I contenuti didattici ideati dai tre maestri, eredità indiscutibile, il flusso delle loro idee e la considerazione dei loro comportamenti, che circolano ancora nella scuola, di recente sono stati resi più evidenti dalla presenza di alcuni ex allievi che oggi si sono ad essi avvicendati nell’insegnamento. La loro presenza segna decisamente una nuova stagione per la scuola, anche se ancora non riesce a definirsi con chiarezza perché passato, presente e futuro vengono vissuti come fenomeno in movimento non ancora stabilizzato e storicizzato. Le tre mostre saranno quindi un’occasione per cercare di delineare la storia della scuola attraverso l’operato dei suoi docenti, con la finalità di mettere a fuoco i caratteri fondanti e dunque l’identità, pur in evoluzione, dell’istituzione. Oggi la figura del maestro non ha più molta fortuna, e non solo all’ISIA, sostituita da un nuovo concetto che si ricollega piuttosto all’idea di squadra. Una squadra in cui gli attori, come nella nazionale di calcio, si allenano e giocano in luoghi separati e solo saltuariamente si confrontano nello stesso campo in occasione degli incontri internazionali. Le mostre quindi non rappresenteranno solo la raccolta ragionata delle immagini e delle idee di ciò che i tre maestri hanno realizzato nella professione e all’ISIA ma (almeno nel caso di Provinciali e Hohenegger) ma saranno da intendersi come l’inizio di un progetto di nuova scuola perché esse stesse progettate con la loro collaborazione, prevedendo anche artefatti appositamente creati e una partecipazione critica degli protagonisti dell’ISIA, allievi e insegnati. Suggerirei di allestire una mostra all’anno iniziando da Provinciali, facendo seguire poi Hohenegger e Steiner.
Mostra e convegno con e su Michele Provinciali sul tema La didattica dei sentimenti Elementi di progetto per una nuova scuola di grafica
Mostra e convegno per fine maggio 2004.
Propongo di partire da un brano dell’intervista a Michele Provinciali rilasciata a Simone Sciocchetti per la sua tesi sostenuta il 4 ottobre, 2003 sul tema “Requiem per la grafica”.
(ultima domanda dell’intervista) D. Mi sbaglio se definisco il mestiere di grafico un mestiere negli ultimi anni “esploso” e poi “scoppiato”? R. Purtroppo si è più che altro inflazionato, perché c’è stato un grande allargamento, che permane, prosegue e si allargherà sempre di più. Poi ci sarà sicuramente una grossa crisi. Siamo in procinto di perdere molti valori. Ma non volevo parlare di questo, non tanto per ovviare a momenti di tristezza che sono profondamente utili: non si può, infatti, non avere un momento di tristezza durante la giornata, non è possibile, ma mi riferisco al fatto che se vi fosse una concentrazione di giovani e di docenti all’interno di un’istituzione, ci si potrebbe difendere molto meglio. Lo sparpagliamento degli intimisti, il randagismo è pericolosissimo… I Russi lo hanno capito intorno al 1917, quando a Leningrado, scrive Anna Akhmatova, frequentavano questo locale che si chiamava “Il cane randagio”. Ma i russi hanno una natura molto diversa dalla nostra, sanno vivere lunghi inverni, in solitudine, hanno un profondo senso dell’amicizia. Se si potesse creare questa convergenza emotiva, fondata su cose che danno vibrazioni e che arricchiscono la nostra vita, e potessimo portarla all’interno di un’istituzione, in un clima di parità tra studenti e docenti, allora ci difenderemmo molto meglio e avremmo più possibilità di portare avanti il discorso della grafica. Incontreremmo certamente delle difficoltà enormi per farlo, perché saremmo sul margine operativo tra sogno e realtà. Quante accuse si farebbero nel caso cercassimo di creare una scuola di questo tipo, dove tutti potessero trovarsi attorno a ciò che più interessa… più tardi arriverebbe il momento in cui, ognuno di noi, potrebbe intraprendere una propria strada ma sempre con un suggello, con una difesa, con una sorta di muro a proteggerci le spalle… Non so se avete afferrato il punto… cioè, la solitudine, che è estremamente importante, ci lega all’emozione verso una determinata cosa e ci accomuna a un gruppo di persone, un gruppo in espansione che abbia il senso dell’appartenenza, un’appartenenza non più ideale, ma esistenziale. Questo sarebbe il punto di partenza, ma occorrerebbe anche un’istituzione a garantire i nostri sforzi. Per esempio la scuola.
La mostra e il convegno Non si tratta, in sede di mostra e di convegno, di presentare in modo finito le nostre idee su come vorremmo che fosse la nuova grafica. Idee che verranno precisate a conclusione del lavoro, ma di verificare dove e come individuare il terreno adatto per la rinascita o la riscoperta di questo mestiere. Michele Provinciali individua proprio nella scuola il sito fertile su cui lavorare. Ma vorrei invitare a considerare la scuola non come un luogo astratto, ma un ambiente in cui convivere quotidianamente con tensione per trasmettere e acquisire la conoscenza e l’esperienza del mestiere del grafico. La scuola è un luogo dove si tengono le lezioni, dove si studia e si lavora. Gli insegnanti e gli allievi seguono in una scansione temporale prefissata dagli orari esperienze che si succederanno per anni. La nuova ISIA sarà un progetto che andrà realizzato e non un concetto astratto. Non è quindi inopportuno porsi alcune domande di tipo pratico le cui risposte ci serviranno per orientarci sia nel progetto sia nella prassi.
Perché sentiamo l’esigenza di rifondare l’ISIA?
A chi sarà rivolta la nuova scuola?
In che cosa consisterà il progetto della nuova didattica. Quali sono i pilastri fondamentali su cui costruire l’edificio didattico?
Cosa fanno le altre scuole in tal senso? Qual è il mercato dell’istruzione grafica universitaria in Italia?
Quale è la disposizione degli studenti e degli insegnanti verso la scuola che vogliamo rifondare?
Qual è l’idea di base, semplice da dire e da apprendere, segnaletica e forte, che ci possa servire da guida per comunicare ciò che ci accingiamo a fare?
Quali sono i tempi di attuazione del progetto?
Questi sono gli argomenti del dibattito che già da tempo i professionisti e gli insegnanti di grafica tentano di chiarirsi, dentro e fuori l’ISIA di Urbino. Questi saranno gli argomenti della mostra e del convegno che vorrei realizzare con e su Michele Provinciali, sulla sua idea di didattica appena tracciata che lui definisce “dei sentimenti”.
Chiedo per il momento un parere sull’impostazione del lavoro di progetto a cui successivamente spero seguano le adesioni per chi fosse interessato a realizzarlo.
Massimo Dolcini

Date un’occhiata anche a questo lungo intervento che Massimo fece in un forum che avevamo aperto per riflettere insieme agli studenti sul futuro della Scuola. Analizzando i punti di forza e di debolezza dell’ISIA, descrive molto bene l’Istituto e testimonia il suo attaccamento alla Scuola e la bella relazione che aveva con gli studenti. 

Da: Massimo Dolcini Oggetto: Forum Notification Data: 12 febbraio 2003 14:46:22 CET A: valter@kaleidon.it
Facciamo il punto Cerco di dare un contributo alla discussione nel Forum che mi pare corra il rischio di diventare un luogo di lamentazioni superficiali. La discussione deve avere un ordine di argomentazioni da trattare a seconda della loro complessità e urgenza.  L’elenco degli argomenti che propongo dovrà essere rimpinguato da allievi e insegnati. L’obiettivo deve essere quello di  arrivare ad un punto di dialogo chiarificatore per poter poi intervenire migliorando o  confermando lo stato di fatto dell’ISIA.
Divido l’elenco in due parti: punti di forza e punti di debolezza. Preannuncio che non potrò essere breve.
Punti di forza
1. Scuola di tradizione. L’ISIA non è nata oggi. Ci sostiene una lunga storia (dal 1861, anno di nascita della Scuola del libro) e quindi l’esperienza. La scuola sembra essere avvolta in un‚atmosfera,  benefica credo, che le permette di superare situazioni altrimenti insostenibili. L’atmosfera che la favorisce è appunto il risultato di più elementi e tra essi lo spessore della tradizione. Questo è un vantaggio nei confronti di altre ISIA che invece hanno iniziato da zero negli anni Settanta. Mi rendo conto che il termine “atmosfera”  sia generico e non razionale ma non ne trovo un altro più appropriato.
2. Numero chiuso. Il numero chiuso offre alcuni vantaggi e alcuni svantaggi. Di certo ci permette un rapporto diretto e frequente tra allievi e insegnanti. In alcune facoltà (Politecnico di Milano) le lezioni si tengono sovente in sale cinematografiche appositamente affittate perché non esistono luoghi abbastanza capienti per tenere una lezione con tutti i frequentanti.
3. I laboratori. Quasi tutte le altre scuole non hanno laboratori per fare pratica progettuale e le lezioni sono sempre di tipo frontale e teorico. La possibilità di operare sotto il controllo dell’insegnante è una caratteristica positiva che tutti ci invidiano, anche se la possibilità di frequentare i laboratori non è ottimale. Il laboratorio significa provarsi nell’espletazione del progetto, significa in fondo poter progettare. Senza i laboratori si fanno solo discorsi campati in aria. 4. Le tasse scolastiche. Alcune scuole private costano svariate migliaia di euro all’anno offrendo risultati scadenti sotto molti punti di vista.
5 Una scuola bella. Il complesso architettonico che ci ospita è di grande qualità. Questo aspetto ritengo sia di primaria importanza. I luoghi che ogni giorno ci accolgono sono benefici nei nostri confronti  e essi stessi ci educano.
6. Scuola prestigiosa. Finito il corso, gli studenti che si presentano a cercare il loro primo impiego sono solitamente ben accolti perché l’ISIA e Urbino sono noti per la qualità delle prestazioni didattiche nel settore della grafica. E‚ ovvio che la cartella di presentazione dei lavori che  ogni allievo deve preparare per presentarsi al datore di lavoro è anche più importante della scuola di provenienza. Di recente, con l’adozione del lavoro in diretta con veri committenti - terzo e quarto anno-, l’ISIA permette agli allievi di offrirsi, anche in questo campo,  con le carte in regola.
7. Rapporto con gli insegnati-professionisti Il fatto che molti insegnanti svolgano una reale attività di libera professione permette agli allievi di sapere in tempo reale cosa succede in prima linea, fuori dalla scuola. E‚ possibile quindi iniziare gli studenti, con un atterraggio morbido, al mondo del lavoro senza traumi.
8. Seminari Gli insegnanti in genere, e quelli dell’ISIA in particolare, non sanno tutto e di tutto. Ma all’ISIA è possibile ascoltare altre voci, attraverso i seminari, su argomenti affini o laterali a quelli previsti dal programma. Questo non avviene sempre nella altre scuole.
9. Esami di ammissione Il grande numero delle domande di ammissione sancisce la notorietà dell’ISIA di Urbino. Le altre ISIA hanno richieste che corrispondono circa al 30% delle nostre. Quindi in Urbino abbiamo la possibilità di condurre una buona selezione. Ma come spesso avviene, fare una selezione oggettiva è impossibile e non di rado si prendono lucciole per lanterne.
10. Rapporto flessibile L’ISIA di Urbino non è una scuola burocratica. Il rapporto docente discente si basa sulla flessibilità di ambo le parti. Ciò permette di aderire alle richieste degli allievi e a quelle degli insegnanti senza intermediazioni e costrizioni. Altro.
Punti di debolezza
1. Urbino è una città isolata Urbino è una città meravigliosa. Adatta a studiare e a concentrarsi  sul lavoro ma è lontana dagli eventi che riguardano il nostro mestiere. Tutto ciò dovrebbe comunque essere superabile anche perché le scuole che sono nei grandi centri urbani non sono migliori dell’ISIA di Urbino.
2. Non coordinamento degli insegnamenti Gli insegnanti dell’ISIA sono, nella maggior parte dei casi, liberi professionisti. La loro permanenza nella scuola è spesso ridotta al minimo indispensabile per fare lezione. Quindi gli insegnati si incontrano tra loro raramente. Ciò impedisce di costruire una scuola  forte dal punto di vista dell’identità, avanzata nella strategia didattica e cosciente della propria personalità culturale. Nello stato attuale non è possibile fare diversamente ma credo che la presenza dei liberi professionisti sia un punto di forza molto importante. Negli anni Sessanta la presenza di Albe Steiner determinava, in quanto riconosciuto maestro, un polo di attrazione per tutto il corpo insegnante. La scuola quindi veniva orientata dal suo insegnamento. Con Provinciali  si è continuato ad avere un riferimento carismatico forte che orientava la didattica. Ma dopo di loro c‚è stato un progressivo decadimento della figura del maestro tale che ha indotto la direzione dell’ISIA ad assumere al posto del maestro un  coordinamento del gruppo di lavoro formato da tutti gli insegnanti. Ma il gruppo di lavoro per funzionare si deve incontrarsi per confrontarsi . Questo in Urbino  non avviene se non episodicamente e semmai solo a piccoli gruppi.
3. Comitato didattico scientifico Spesso il comitato è lontano dalle aspettative della scuola (allievi e insegnanti) ma ha il vantaggio di vedere le cose dall’esterno e di prendere le sue decisioni senza il coinvolgimento con i fatti interni. Ma il comitato didattico scientifico sarà forse liquidato con la riforma.
4. Didattica altalenante Gli allievi hanno sempre accusato il fatto che non tutti gli anni siano periodi pieni dal punto di vista didattico; si sente dire che si perde tempo, che alcune cose si ripetono, che alcuni insegnamenti sono vaganti, alcuni inutili e altri scarsi. Non ritengo che gli allievi siano sempre in grado di valutare gli insegnanti e i programmi per un semplice motivo di inesperienza e non possibilità di essere oggettivi. Questo non significa che non si possa tentare di dialogare ma  tenendo sempre presente il bene della scuola. Lascio agli studenti l’invito a dichiarare la loro posizione al riguardo facendo uso di una lettura del problema in modo equilibrato e rispettoso.
5. Laboratori ad intermittenza Spesso ci si lamenta che i laboratori non sono sempre disponibili e, se lo sono, ciò avviene durante le ore di lezione di altri insegnanti. Per cui gli allievi, non potendo fare riferimento al dono dell’ubiquità, chiedono orari suppletivi per poterli frequentare. Quando frequentavo l’ISIA c‚era lo stesso problema che in parte è stato superato dal fatto che gli allievi hanno provveduto ad organizzarsi in casa propria con gli strumenti necessari a lavorate- ieri la macchina fotografica e l’ingranditore, oggi il computer e la stampante.
6. Lavoro vero, lavoro simulato E‚ in uso da alcuni anni impegnare gli allievi degli ultimi due anni in un lavoro di progetto reale. La necessità di un rapporto con un vero committente è stato sostenuto anche dal Comitato didattico scientifico. Non sono in grado di valutare tale necessità ma sono portato a credere che tutto ciò potrebbe essere positivo se non ci fosse di mezzo l’aspettativa del cliente che pensa che l’ISIA non sia una scuola, con i suoi modi e i suoi tempi di lavoro, ma uno studio efficiente che è in grado di dare risposte professionali immediate. Questo atteggiamento  è, a mio parere, negativo perché la scuola non è uno studio. Se anche lo fosse non dovrà mai immettersi nel mercato e fare concorrenza agli studi professionali veri offrendo prestazioni a costo zero. La scuola ha i suoi ritmi, le sue pause i suoi obiettivi. Questo stato di ambiguità viene peggiorato  quando il „committente‰ non sa cosa e come chiedere all’ISIA un intervento progettuale. In mancanza di informazioni  il tempo scolastico trascorre inutilmente e  gli studenti non trovano opportunità di iniziare a lavorare. Questo aspetto della didattica dovrà essere certamente approfondito.
7. Stage post scolastici L’ISIA di Urbino non organizza e sviluppa come altre scuole il rapporto tra scuola e mondo del lavoro attivando una ricerca di opportunità di stage aziendali per i suoi allievi. Alcune scuole europee hanno individuato alcuni  „amici e sostenitori della scuola‰ che danno la loro disponibilità  per far compiere esperienze di lavoro post scolastico nei loro atelier.
8. Momenti di incontro L’ISIA di Urbino, più sensibile di altre scuole nel rapportarsi con il mondo esterno alla scuola, non impiega comunque abbastanza energie per momenti, interni ed esterni, di incontro in cui sia possibile discutere delle problematiche tipiche di una scuola di progettazione. Il suo rapporto con le scuole italiane ed europee è limitato. Le occasioni di mostre sono saltuarie. La sua comunicazione istituzionale  è divenuta obsoleta. Ma nessuno ci vieta di attivarci in tal senso. La scuola è sempre stata disponibile agli incontri con gli esterni.

Dall’ISIA di Urbino non sono usciti solo grafici nel senso stretto del termine (ma poi grafico cosa vuol dire?), ma anche fotografi importanti, illustratori che hanno avuto riconoscimenti a livello internazionale grazie alla passione e grande umanità di insegnanti come Antonio Battistini, amatissimo docente di “Metodi e mezzi di rappresentazione”, mio relatore di tesi, a cui ho pensato di dedicare questo libro per l’affetto e la riconoscenza che provo nei suoi confronti. Tony, come veniva chiamato dagli amici, è scomparso lasciando un vuoto immenso in chi lo conosceva. Persona eccezionale che ho voluto definire “maestro di luce”, sia per quella riflessa nei tuoi quadri, sia per quella risplendente nella sua persona; uomo capace di amare e di grande fede che ha usato per scalfire anche la mia incredulità. Tra un consiglio pittorico, un paziente richiamo a come muovere la mano per un segno gestuale, non disdegnava parole di saggezza profonda, che gli permettevano di aprire varchi nel profondo delle coscienze. “A te prima o poi il Signore ti pizzica” – mi diceva. A distanza di anni posso affermare che Antonio è stato un buon profeta, che mi ha aiutato a muovermi tra i misteri che accompagnano i miei pensieri. A volte mi vien da ringraziare il Signore (ho scritto un libro per questo), altre volte faccio molta più fatica a sentirmi su questa lunghezza d’onda: del resto se così non fosse non mi farei chiamare Walter Valter.  Sicuramente un forte senso di gratitudine dovrei manifestarlo per i giorni passati vicino ad Antonio, nell’aiutarlo ad organizzare la bella mostra di amici incisori intitolata “Arte come dono”, che Tony ha fatto appena in tempo ad inaugurare prima di lasciarci dopo la lunga malattia. Quando gli ho proposto questo titolo, si è entusiasmato come un bambino. Non faceva che ripetere quanto gli sembrava geniale l’idea, manifestando una di quelle caratteristiche che invidio ai grandi maestri come lui: lo stupore. 

Se fossero esistite le gare di “stupore e meraviglia” il campionato lo avrebbe vinto di certo Pino Parini, “turista dell’esistenza” come gli piaceva definirsi, insegnante di una materia con un nome assai curioso: gestaltica. Parini con i suoi entusiastici “Ah, bellissimo!” è una persona senza tempo, capace di astrarsi in discorsi al limite tra arte, scienza e cibernetica che su di me, giovane studente, esercitavano un notevole fascino. 

Anche con Michele Provinciali capitava di vedere i suoi occhi fermarsi, ingigantiti dalle spesse lenti degli occhiali, e sentirsi dire “ferma tutto!” perché improvvisamente aveva trovato un’idea interessante, magari in maniera casuale. Michele mi pare lo chiamasse ironicamente il fattore “k”. Erano i primi anni di Kaleidon, lo avevo al mio fianco per progettare il “Festival della buona tavola” di Bellaria. Lavoravo al computer e ad un certo punto mentre muovevo e combinavo le cose sul monitor, saltò sulla sedia come avesse avuto un’apparizione, e quello che per me era un errore, lo bloccò in un simbolo che ci valse il premio Conqueror a Londra nel 1990. Disegno con cui abbiamo fatto anche un meraviglioso piatto in ceramica prodotto dalla bottega faentina “Gatti”.

 

Da quando esiste l’ISIA si sono succeduti tantissimi bravi insegnanti che ne hanno fatto un Istituto di eccellenza, di fama internazionale. Su molti di loro, come su tanti esperti intervenuti in memorabili seminari e workshop, si potrebbero scrivere pagine intere.

Questo prestigio in verità non è merito soltanto di chi insegna, ma anche di quei venticinque studenti che ogni anno vengono selezionati e che riescono a creare una atmosfera magica che ancor oggi si respira in quell’antico monastero urbinate di Santa Chiara; una miscela creativa dovuta al rapporto e al confronto costruttivo fra giovani intellettualmente sempre vivaci e pieni di curiosità.

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni insegnanti dell’ISIA 2002-2003, fotografati dagli studenti per il sito internet.

 

Testo tratto dal libro: La grafica commedia – di Walter Valter Toni – Fara Editore. pagg. 12-21

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2 comments

  • Silvano Babini 1 Aprile 2020  

    Ho letto cose interessanti e visto citate molte persone che ho conosciuto e stimato.
    Ho finito il Corso Superiore Speciale di Grafica CSSG nel 1967, cinque anni prima di diventare ISIA, quando il docente era Albe Steiner.
    Il nostro corso era collocato tra quello di Franco Mariani e quello di Massimo Dolcini e prima che le leggi anagrafiche ci facciano sparire tutti mi piacerebbe rivedere quelli che sono rimasti di quello sparuto gruppo grafici.
    L’incontro potrebbe avvenire presso l’ISIA e potrebbe essere anche un simpatico incontro con le nuove leve e fargli conoscere le nostre esperienze pre-computer.

  • Valter Toni 1 Aprile 2020  

    Grazie Silvano del messaggio e della proposta che cercherò di far avere a chi dirige l’ISIA, ma anche a Marco Tortoioli che è presidente dell’AIAP oltre che docente. Ma anche grazie per aver segnalato il sito officinatypo.it che è meraviglioso, mi ha fatto risentire il profumo degli inchiostri, e tutta Kaleidon se ne è innamorata. Sarebbe proprio bello un giorno poter avere un’occasione di collaborazione. Tra l’altro ho visto anche un lavoro di Elisa Pellacani che ho avuto la fortuna di avere come studentessa… ormai parecchi anni fa. Gulp!
    A presto